LUMSA – Percezione della politica | Premessa

PREMESSA

LA TELEVISIONE E LA PERCEZIONE DELLA POLITICA

di Pino Nazio

La pubblicistica, le ricerche accademiche e di istituti demoscopici, le posizioni di esperti e dei diretti interessati (i politici) sono molto contrastanti sulla definizione del ruolo della televisione nella percezione della politica degli utenti delle tv. Una ricognizione sommaria tende ad attribuire le posizioni più estreme su questo argomento sulla base della vecchia distinzione introdotta da Umberto Eco in un saggio che ormai si avvia a festeggiare il cinquantesimo compleanno. Si tratta di due approcci opposti al problema. Da una parte gli “apocalittici“ che tendono ad attribuire alla televisione il ruolo di “grande fratello” che tutto controlla e tutto condiziona, di strumento del Potere (o dei poteri) che addormenta le coscienze, condiziona le masse, induce comportamenti consumistici e determina le scelte elettorali degli individui. Dall’altra gli “integrati” che negano questa influenza nefasta, esaltano il valore di altre esperienze nella formazione delle opinioni e del consenso, attribuiscono all’individuo grandi capacità di discernimento e di selezione di fronte a una crescente alluvione di messaggi. Di fronte a queste posizioni estreme sembra quasi fin troppo facile scegliere la terza via di un mix delle due posizioni che si può analizzare attraverso due connotati.Il primo connotato riguarda l’analisi della penetrazione della tv tra il pubblico, che potrebbe essere tradotta come potenza generale della televisione. E se proviamo a immaginare un vettore per rappresentare questa caratteristica, associamo a questo aspetto la forza. Il secondo ci porta ad analizzare l’esposizione alla tv in relazione alla capacità specifica di influenzare la visione della realtà. Si tratta di capire come la televisione, che pure è capace nelle società avanzate di un’offerta plurale, sia in grado orientare i telespettatori verso una visione delle cose, una percezione di una porzione della realtà. La battuta “è vero, l’ho visto in televisione” che si sente ripetere spesso, riporta alla mente il detto “l’ho visto con i miei occhi” sinonimo di realtà, di verità. Nel vettore prima immaginato questo aspetto ha a che fare con la sua direzione. Che la televisione nelle società industriali e post-industriali sia il mezzo di comunicazione più potente è una affermazione quasi ovvia. Basta scorrere le ore di esposizione quotidiana degli individui davanti alla tv per rendersene conto.

In Italia questo dato è ancora più marcato se messo in relazione con la scarsa propensione alla lettura –sia di giornali che di libri- degli abitanti del Belpaese. E non bastano le tendenze sullo sviluppo della Rete per farci concludere che già oggi la situazione non sia telecentrica. Che le televisioni condizionino e orientino ai consumi in una qualche misura i telespettatori è testimoniato dalla quantità di investimenti pubblicitari che raccoglie. Molto più che in altri paesi avanzati, in Italia il mezzo televisivo è il terminale di budget pubblicitari, che – come è noto – si muovono sulle rigide scale del rapporto costi-benefici. Attraverso la stratificazione del pubblico e precisi strumenti di indagine sociologica è possibile definire quanto il singolo investimento pubblicitario influisce sulle scelte dei consumatori. La tv è il mezzo premiato dalla pubblicità come il più efficace nei confronti di tutti gli altri mezzi (giornali, radio, pubblicità esterna, Internet…). Ma l’efficacia della pubblicità, evidente per quanto riguarda i consumi, si può trasferire sul piano dei comportamenti politico-elettorali?

Un conto, si potrebbe dire, è indurre a consumare patatine (soprattutto di una determinata marca) un altro è indurre una visione delle cose, un orientamento politico, una preferenza su un leader. Ebbene si, la tv ha la capacità di condizionare comportamenti e cambiamenti. Quando si ripete che “gli italiani hanno imparato a parlare la stessa lingua attraverso la televisione”, non si affida a questo mezzo un potere ben superiore alla scuola o a qualsiasi altra agenzia formativa. Se vi fossero ancora dubbi sull’importanza della tv in politica, ci vengono in soccorso i comportamenti degli uomini politici e dei partiti. Sono loro che, al pari dei consigli d’amministrazione di una azienda commerciale, decidono d’investire la maggioranza delle risorse sulla televisione. Nessun altro terreno della comunicazione (e dello spettacolo) raccoglie le attenzione del ceto politico quanto la tv. Né i giornali, né la radio, né internet. E’ la televisione al centro di aspri confronti legislativi, di interrogazioni parlamentari, di accuse e proteste. I politici hanno capito ben prima degli studiosi dei media che è attraverso la televisione che passa il flusso informativo e di intrattenimento degli italiani. Solo alla luce di questo forte interesse (e di un evidente ritorno in termini di consensi) che si misura la capacità della televisione di “fare politica”. E’ altrettanto evidente che la presenza di Silvio Berlusconi sulla scena non aiuti a fare della televisione uno strumento a cui i politici e i cittadini possano guardare con maggiore serenità. Del resto, ben prima della sua ormai storica “discesa in campo”, Berlusconi aveva schierato politicamente le sue emittenti.

L’Italia era ancora dominata dal CAF, l’accordo tra Craxi, Andreotti e Forlani, che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi regalò spot elettorali al Partito socialista e alla Democrazia cristiana per il valore di alcuni miliardi affermando che quei partiti rappresentavano la difesa della libertà nel nostro paese. I più informati ricordano che questa decisione avvenne all’indomani del varo di una legge che regolamentava il sistema televisivo votata proprio da socialisti e democristiani. Dell’intreccio tra politica e televisione si potrebbe parlare fin dalla sua nascita nel 1954. Da allora fino ai primi anni ’70 la televisione era sotto lo stretto controllo del partito di maggioranza relativa, la Dc, che imponeva sia il carattere educativo della tv che una rigida gerarchia dei contenuti dell’informazione e dell’intrattenimento. A partire dai movimenti del 1968 e degli anni seguenti, la critica a modelli ingessati della società si sono fatti sentire e, assieme a mutati equilibri politici, hanno prodotto un’apertura della Rai (allora monopolista) a forze laiche. L’arrivo di un direttore socialista alla guida di una rete e di un tg, ha imposto un rinnovamento nei formati e nei contenuti della televisione. Di lì a qualche anno la Rai veniva riformata e apriva la strada a due piccole rivoluzioni. Da una parte il decentramento, con la nascita di una rete espressione delle sedi regionali, e dall’altra con il controllo su viale Mazzini spostato dall’esecutivo al Parlamento come premessa dell’entrata ai vertici dell’azienda della forza che per 25 anni ne era stata esclusa, il Partito comunista. Conclusa questa fase di democratizzazione dell’azienda pubblica radiotelevisiva, si è aperta ai primi anni ’80 una nuova stagione.

Negli ultimi 25 anni sono esplosi alcuni fenomeni, anche in relazione ad alcuni mutamenti avvenuti nella società italiana. Il primo fenomeno è stato quello della fina del monopolio televisivo, ma non già come era stato agli albori delle tv commerciali (o libere, come venivano definite) con la presenza di una galassia di piccole emittenti incapaci di concorrere con il colosso-Rai, bensì attraverso la nascita dei network e la loro concentrazioni nelle mani di un unico imprenditore. Silvio Berlusconi, che pure aveva avuto dei grossi appoggi politici che ne avevano garantito la crescita nel campo televisivo, ha saputo cogliere delle contraddizioni nel sistema televisivo che lo hanno portato a diventare l’interprete dell’altro polo, costituito da Canale 5, Italia 1 e Rete 4. Berlusconi ha intuito che i limiti imposti alla pubblicità dalla Rai (e da chi su di essa vigilava) non potevano reggere con lo sviluppo del mercato e delle merci. Berlusconi ha poi intuito che la domanda di evasione e di intrattenimento leggero sulla Rai non avevano una offerta adeguata. Grandi entrate pubblicitarie e disponibilità di format a basso costo (e spesso di bassa qualità) sul mercato internazionale hanno permesso all’imprenditore di Arcore di costruire un gruppo che non ha equivalenti in nessun paese democratico del mondo. Berlusconi ha cambiato il sistema televisivo in Italia imponendo alla Rai il cambiamento.

La Rai aveva di fronte a sé la scelta di mantenere forte la sua ispirazione pedagogica, di tenere il bilanciamento del 33% tra intrattenimento, informazione e cultura la tv, oppure di aumentare a sua volta l’offerta di svago, di scendere sul terreno della concorrenza con i prodotti meno qualificati. Una concorrenza, quella tra Rai e Fininvest, che avrebbe potuto preludere a un processo di apertura del mercato televisivo, ma che per essere effettivo e produrre buoni risultati per i telespettatori avrebbe dovuto essere completato con l’ingresso di nuovi soggetti. Una reale apertura del mercato della tv in Italia non è mai stata avviata e al monopolio si è sostituito un duopolio con due giganti delle telecomunicazioni. In questo quadro l’assenza di pluralismo culturale è una conseguenza quasi ovvia, mentre il pluralismo politico (tra alti e bassi) è stato garantito solo per metà delle reti. La televisione in Italia non rispetta veramente il pluralismo e questa circostanza la fa precipitare oltre il settantesimo posto nella classifica della libertà d’informazione nei paesi del mondo e ci attira continuamente contro i richiami dell’Unione europea. Negli anni successivi alla rottura del monopolio tv si sono affermati nuovi format, a cominciare dalla trasmissione di Michele Santoro, “Samarcanda”, la quale, nell’ 88, ruppe vecchi canoni e stili aprendo il tubo catodico alle piazze ed ampliando, fuori schemi predeterminati, l’intensità del confronto televisivo dei leader politici. Con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica e con il susseguente avvento del maggioritario, si è andato progressivamente a delineare un modello di comunicazione politica in televisione sempre più incentrato ad evidenziare le abilità espressive del singolo politico in una logica bipolare, “O di qua o di là”, per riprendere il titolo di una trasmissione televisiva condotta da Maria Pia Luisa Bianco sulle reti Mediaset nell’occasione della prima campagna elettorale maggioritaria del 1994.

La comunicazione politica è entrata in una nuova fase. Le forme basate sul contatto diretto con gli esponenti politici (dalle assemblee al comizio) sono state sostituite dai dibattiti e dalle interviste in tv. La tv ha contribuito in maniera determinante alla personalizzazione della politica (anche se questo fenomeno era iniziato con l’affacciarsi della “fine delle ideologie” e proprio queste ultime avevano permessola formazione dei partiti di massa della Prima repubblica). Nelle sezioni e nei luoghi d’incontro e di lavoro il contatto diretto con la politica viene progressivamente a prosciugarsi e si afferma come forma principale di conoscenza la tv. In tv si avanzano proposte di nuove leggi e si firmano contratti con gli italiani, in tv si litiga e ci si allea, in tv si spiega e si denuncia: senza la tv non ci sarebbe comunicazione politica. O sarebbe fortemente ridimensionata. Ma certamente l’influenza della televisione non può essere ricondotta alla semplice misurazione del consenso nel mezzo di una competizione elettorale. La televisione contribuisce all’informazione e alla formazione delle persone, alla creazione di senso, a una certa visione della realtà.Ogni azione dell’individuo può essere letta secondo diversi punti di vista e offrirne alcuni e tacerne altri, oppure presentarne alcuni come prevalenti, non può non avere una influenza sulla formazione delle opinioni. Ovviamente in questo processo conta quante esperienza un individuo ha (oltre alla tv), se legge o meno i giornali, se ha un confronto con altri individui, se conosce i processi di confezionamento delle notizie…

Si racconta che un giorno Henry Ford, l’inventore della catena di montaggio e fautore dei consumi di massa, si rivolse al suo pubblicitario David Ogilvy dicendosi convinto che di tutte le spese per la pubblicità che la sua casa di automobili sosteneva solo la metà fossero realmente efficaci e l’altra metà rappresentassero un semplice spreco. La premessa di Ford finiva con la richiesta al suo pubblicitario di dimezzare il budget. La replica di Ogilvy fu disarmante: “lo farei subito –rispose- se solo sapessi qual’è la metà da tagliare”. Allo stesso modo si può dire dell’influenza della tv sulle opinioni delle telespettatori e sulle loro scelte politico-elettorali: è indubbio che la tv influenzi ma non sappiamo come e in che misura. Le scuole di pensiero sono diverse e alcune affermano che sono proprio i gli spazi fuori dai tg, i contenitori, i programmi di approfondimento, ad avere il maggiore impatto sulle opinioni dei telespettatori. Altri orientamenti attribuiscono ai programmi non giornalistici, dalla fiction all’intrattenimento, il peso maggiore sulle coscienze degli individui. Altri ancora, secondo la teoria dell’agenda setting, affermano che il ruolo della tv è quello di determinare i temi che sono oggetto di attenzione dell’opinione pubblica. In Italia, a differenza dei paesi anglosassoni, esistono pochi studi sull’influenza dei programmi tv sulle opinioni e sugli orientamenti elettorali. La premessa della nostra ricerca è che le trasmissioni politiche in tv sono divenute uno dei principali strumenti di comunicazione dei partiti, delle coalizioni, dei singoli esponenti politici e il principale mezzo di divulgazione d’informazione ed occasione di commento per gli spettatori. Nella lunga fase di transizione della politica italiana verso un sistema istituzionale sostanzialmente di tipo bipolare, stanno mutando le forme di partecipazione dei cittadini alla vita politico democratica, e dello stesso “modo d’essere” dei partiti politici. In questo processo di ridefinizione dei ruoli, la televisione rimane un fulcro centrale per la formazione e l’intercettazione di consenso presso l’opinione pubblica.

Con questa ricerca abbiamo voluto tentare una timida ricognizione su alcuni programmi che hanno al centro la politica, analizzati sia nella fase preelettorale che durante l’entrata in vigore del periodo di par condicio. Abbiamo scelto alcuni programmi di approfondimento che hanno costantemente la presenza dei politici. In questa ottica si sono analizzati alcuni programmi televisivi maggiormente orientati al confronto delle posizioni politiche: “Porta a Porta”, “Ballarò”, “Matrix” e “Otto e Mezzo”. La scelta di questi quattro titoli corrisponde al desiderio di rappresentare un po’ tutti gli orientamenti esistenti, da programmi Rai percepiti come vicini ai due schieramenti, al rotocalco di Mediaset, al programma di Ferrara su La 7. Seguendo la passata campagna elettorale per il Master in Comunicazione e consulenza politica presso la Lumsa di Roma, si è provato a dare misurazione al contenuto delle trasmissioni politiche nell’intento di approfondire l’analisi delle dinamiche del voto in relazione alla tv. Dai primi risultati post-elettorali è stato messo in evidenza come, anche in periodo di par condicio, la televisione possa aver avuto un ruolo centrale nella cosiddetta “rimonta Berlusconiana” (che partendo nettamente sfavorito in tutti i sondaggi è riuscito a chiudere il confronto elettorale in una sorta di parità). Basta, per questo, leggere i dati del Centro d’ascolto dell’informazione Radiotelevisiva, dai quale emerge un palese squilibrio dell’informazione e della presenza dei leader di centro destra, e in modo assolutamente prevalente di Silvio Berlusconi, nelle reti Mediaset, ma, anche se con percentuali meno scandalose, nelle reti Rai. Partendo da un dato quantitativo incontrovertibile, abbiamo provato a misurare i programmi politici, focalizzando l’attenzione sul ruolo e la capacita’ dei conduttori delle trasmissioni di rimanere dentro le regole della par condicio. Il modello utilizzato (a vari livelli) da queste trasmissioni è quello del talk show, con l’intento di portare la politica e i suoi dibattiti nelle case dei telespettatori, al pari di un qualsiasi altro spettacolo televisivo. I confronti politici in tv si confermano come la principale fonte d’informazione degli italiani e, soprattutto quelli prodotti dalle tre maggiori aziende che operano nel mercato televisivo (Rai, Mediaset, La 7), godono di alti indici d’ascolto, sfiorando spesso il 30% di share nelle loro edizioni serali. Tuttavia, tali trasmissioni hanno modificato notevolmente i modi di raccontare la realtà politica, adeguando il registro linguistico alla diversità di impostazione riconducibile alle qualità comunicative del singolo conduttore televisivo, oltrepassando le rigidità tipiche delle tribune elettorali storiche della Prima repubblica.

Ma in che cosa si concretizza questo nuovo modo di rappresentare la realtà politica in televisione? Quali effetti ne derivano sulla comunicazione politica televisiva? Qual è il grado d’informazione e d’approfondimento sugli scenari politici che viene in tal modo offerto a noi telespettatori? Noi cittadini riceviamo un servizio informativo adatto ad interpretare criticamente i fatti e la realtà politica in cui viviamo? E’ rispettato il nostro diritto ad una corretta e completa informazione per l’esercizio consapevole del nostro diritto di voto? Per cercare di rispondere a questi interrogativi non basta la quantificazione di un puro minutaggio di presenza di leader in tv, privo di ogni connotato qualitativo. Abbiamo cercato di definire gli elementi latenti che provassero l’aderenza delle trasmissioni politiche alle caratteristiche imposte della par condicio, intesa non come formale rispetto di una regola di presenza quantitativa, ma come effettivo rispetto della presenza di tutti gli orientamenti politici. Abbiamo voluto capire se tali trasmissioni ed i loro conduttori favorissero in tempo di pre par condicio e par condico uno schieramento piuttosto che un altro, o se addirittura non fossero completamente condizionati dai propri orientamenti ideali o di quelli dei politici presenti in studio.

Dai risultati della nostra ricerca emerge in via generale una tendenza non uniforme, riconducibile alla diversità dei registri linguistici dei singoli conduttori, affiancata ad oscillazioni di atteggiamento che si muovono tra una certa sudditanza ed approcci celebrativi del politico di turno e una capacità di incalzare in maniera efficace il politico stesso. Si evidenzia inoltre come l’idea politica di appartenenza del conduttore (presunta o palese) dirige e condiziona l’andamento del dibattito attraverso svariate modalità, a volte manifestandosi molto esplicitamente, altre volte in maniera subliminale. Al termine della ricerca non è sembrato che una sorta di partigianeria comprometta sempre il pluralismo delle idee e dell’informazione; anzi, a volte, la militanza del conduttore risulta essere quasi uno stimolo ulteriore per alzare il livello del confronto politico, suscitando reazioni imprevedibili nel dibattito. In buona sostanza si può concludere che i mutamenti sociali hanno cambiato la televisione e la tv ha cambiato gli italiani, in un continuo processo circolare. La politica guarda alla televisione come se da essa derivasse la conferma della sua esistenza e gli operatori televisivi cercano nella politica conferme e formati (oltre che sviluppo di carriere individuali). Al termine dello studio resta intatta una domanda: quali sono gli effetti, o almeno i contorni, entro cui si muove il consenso originato dalla tv?

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